Per una didattica applicata: l’alternanza scuola-lavoro della 3^ Scienze Umane


La settimana dal giorno 7 all’11 gennaio 2019, la classe terza del Liceo delle scienze umane dell’istituto Maria Consolatrice, ha vissuto un’esperienza lavorativa presso l’asilo nido e la materna della propria scuola nell’ambito del percorso di alternanza scuola lavoro. L’obiettivo di tale progetto era quello di potere osservare attraverso i comportamenti del bambino nelle varie fasce d’età le teorie di Piaget, studioso dello sviluppo dell’età evolutiva.

I ragazzi sono stati smistati nelle varie classi, singolarmente o a coppie. A me è stata assegnata la classe dei mezzani dell’asilo nido, dove le maestre Sabrina e Vittoria mi hanno accolto calorosamente. Il clima si è presentato fin da subito positivo e stimolante, grazie all’aiuto delle maestre infatti mi sono integrata instaurando un buon rapporto con i bambini e imparando a prestare attenzione ad aspetti come il tono di voce da utilizzare per sgridare o incitare. In particolare la fascia d’età a me assegnata andava dai primi mesi di vita a 1 anno, fase che Piaget definisce senso-motoria. All’interno di questo periodo egli riconosce la presenta di diversi stadi, con schemi innati e ricorrenti del bambino che ho potuto osservare autonomamente. Per prima cosa ho notato due azioni comuni ai bambini sotto i due anni: la suzione e la prensione. La suzione è la tendenza del bambino a succhiare gli oggetti o il pollice, tanto che durante il momento di riposo, tutti avevano il ciuccio in bocca. Per quanto riguarda il fatto di prendere gli oggetti e l’inclinazione a tastare le cose, è un processo definito da Piaget prensione. Nel momento in cui mi avvicinavo al bambino, cercava di prendere il mio volto, oppure toccavano e rigiravano tutti i giochi.

Altra caratteristica fondamentale di questa fase senso-motoria è il simbolismo: iniziano ad esserci i primi giochi simbolici come il fatto di alzare la cornetta del telefono giocattolo e fingere di parlare, piuttosto che il gioco dell’imitazione sonora e gestuale attraverso i suoni e versi degli animali. Le maestre hanno organizzato un’attività in cui i bambini, seduti in cerchio, dovevano imitare il verso registrato dell’animale di cui veniva mostrata loro un’immagine. Mentre i più piccoli osservavano e faticavano a riprodurre il suono, quelli leggermente più grandi erano in grado di imitare non solo il verso, ma anche il gesto caratteristico dell’animale in questione. Un altro elemento molto importante di questa fase è la comprensione della permanenza degli oggetti non facenti parte della loro visuale: gli oggetti esistono anche se non sono immediatamente visibili al bambino. Ad esempio ho provato a coprire una bambola con una copertina e chiedendo alle bambine dove fosse, entrambe hanno alzato la coperta scoprendo il gioco e, anche dopo essermene andata, continuavano a nascondere e scoprire la bambola, sperimentando così la permanenza dell’oggetto. Inoltre ho potuto osservare che un bambino al quale piaceva molto giocare a palla, sapeva esattamente il posto in cui la tenevano le maestre, aprendo l’armadietto e prendendola autonomamente: sapeva che quell’oggetto c’era anche se non lo vedeva ed era in un determinato luogo a lui accessibile.

Grazie alla manipolazione e prime esperienze con nuovi oggetti, si può facilmente notare il processo di problem solving, in cui il bambino tenta di risolvere e compiere dei movimenti più complessi. Ad esempio riescono ad inserire le forme geometriche nelle fessure della medesima forma, utilizzando anche come strumento l’associazione dei colori. L’egocentrismo radicale, cioè la convinzione di essere al centro del mondo e che tutto accada in funzione propria, si può tradurre nel fatto che i bambini appartenenti a questa fascia d’età non riescano a giocare insieme per la presenza di regole ed eventuali collaboratori o avversari con pensieri e punti di vista differenti dal proprio. Durante questa esperienze ho riscontrato molti argomenti e aspetti trattati studiando Piaget e le sue considerazioni, trovandomi in un ambiente serio e propositivo, in cui le maestre mi hanno guidato e seguito fin dal primo giorno. Per quanto riguarda la scuola materna, i miei compagni hanno potuto osservare le dinamiche presenti nei bambini durante la fase preparatoria, dai 2 ai 5/6 anni. In questo periodo avviene il passaggio da un egocentrismo radicale ad un egocentrismo intellettuale, secondo cui il bambino inizia a considerare il mondo esterno e non si concentra solo su di sé. Un esempio di questo cambiamento possiamo osservarlo in un gioco in cui i bambini posizionavano un pezzo di carta con una parola sulla propria testa e dovevano cercare di indovinarla ponendo domande agli altri che dovevano rispondere unicamente sì o no; si è notato che i più piccoli non erano ancora in grado di giocare, mentre i più grandi rispettano le regole. Un’altra dimostrazione dell’egocentrismo intellettuale è stata realizzata da una mia compagna: ha preso tre palline di pongo, una rosa, una blu e una verde; le palline sono state posizionate in modo differente e nel momento in cui è stato chiesto al bambino di immedesimarsi nella visuale di un altro che si trovava di fronte a lui, non ha saputo rispondere.

All’interno di questa fase sono presenti tre caratteristiche dei bambini che dimostrano l’affermazione di Piaget secondo cui il bambino non è un adulto in miniatura: animismo, artificialismo e finalismo.

Per quanto riguarda l’animismo, cioè la tendenza di concepire oggetti inanimati come animati, tutti i bambini dialogavano con un peluche di nome Pepe e con le proprie bambole, come se fossero effettivamente in grado di comunicare con loro.

Il finalismo, cioè il fatto che tutto accada per uno specifico fine, è provato dalla credenza dei bambini nei Re Magi o in Babbo Natale: poiché i genitori non esistono per portare i regali ma per volermi bene, creo figure rinforzate dalla società che abbiano solo lo scopo di consegnare i doni.

Oltre all’egocentrismo intellettuale, un altro elemento innovativo è il concetto di irreversibilità, cioè la difficoltà di calcolare equivalenze e confronti. Un esperimento che verifica questo aspetto, consiste nel mostrare due bicchieri larghi e bassi contenenti la stessa quantità di acqua al bambino. Viene aggiunto un terzo bicchiere più alto e stretto, al suo interno viene rovesciata l’acqua di uno dei due iniziali e viene chiesto un confronto: è presente la stessa quantità di acqua in entrambi i bicchieri? Nessuno è riuscito a rispondere correttamente.

Questa esperienza ha rappresentato per me e i miei compagni una grande occasione per mettere in pratica le osservazioni di Piaget e soprattutto per comprendere come ci si deve comportare in un ambiente lavorativo, avendo determinate accuratezze e responsabilità.

Elena Gavazzeni, 3 Scienze Umane

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